Fondazione Prada Osservatorio, The Black Image Corporation, ph. D. S. Legnani e M. Cappelletti
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Vorrei la pelle nera

di Alessia Delisi - Novembre 29, 2018

Le mostre all’Osservatorio della Fondazione Prada e alla Sandretto Re Rebaudengo celebrano i codici estetici e culturali dell’identità nera contemporanea, senza dimenticare le lunghe battaglie per la loro difesa.

Fa discutere su Instagram il caso di Emma Hallberg, la ragazza svedese che, a forza di fondotinta, abbronzanti e illuminanti, è riuscita a ingannare i suoi numerosi follower (circa 250 mila), facendo loro credere di avere la pelle nera e origine africane. Quello di Emma Hallberg non è l’unico caso di “blackfishing”, come è stata provocatoriamente chiamata la pratica: sono sempre più numerose infatti le influencer attratte dalla black culture, dalla musica rap, dal modo di vestire e dai tratti somatici dei loro protagonisti. Tutto questo naturalmente senza farsi carico dei problemi di discriminazione e di quelle lunghe battaglie che hanno contribuito a definire, celebrandoli, i codici estetici e culturali dell’identità nera contemporanea. Non a caso, durate un comizio messo in scena da Spike Lee nel suo ultimo film, BlacKkKlansman, Kwame Ture, attivista impegnato nella difesa dei diritti del popolo nero, si rivolge a una folta schiera di studenti afroamericani, gridando loro: «La bellezza è forse rappresentata da una persona con il naso stretto, con le labbra sottili, con la pelle bianca? Certo che no, perché voi non li avete. Noi abbiamo le labbra grosse, abbiamo il naso piatto, i capelli sono crespi. Noi siamo neri e siamo bellissimi!».

Fondazione Prada Osservatorio, The Black Image Corporation, ph. D. S. Legnani e M. Cappelletti

Proprio questi temi, quelli della bellezza e del black power, in particolare femminile, sono indagati nella mostra The Black Image Corporation, all’Osservatorio della Fondazione Prada fino al 14 gennaio. Protagonista è un patrimonio di oltre quattro milioni di immagini contenuto negli archivi della casa editrice Johnson Publishing Company che, attraverso il mensile Ebony e il settimanale Jet, la cui circolazione ha avuto inizio rispettivamente nel 1945 e nel 1951, ha contribuito a esplorare la ricchezza della cultura afroamericana, delle sue strutture sociali, dei suoi linguaggi, dei modi di vestire e delle forme di glamour e bellezza. «Credo che oggi sia il momento giusto per scavare nel lessico visivo della storia americana e svelare un’iconografia che, all’infuori della mia comunità, gode di scarsa visibilità», ha affermato l’artista Theaster Gates che ha scelto di incentrare il progetto sulle immagini dei fotografi Moneta Sleet Jr. (primo afroamericano a vincere il Premio Pulitzer nel 1969) e Isaac Sutton, mettendole in dialogo con alcuni elementi di arredo progettati da Arthur Elrod per gli uffici della Johnson Publishing Company, situata al centro di Chicago e ora ora parte del patrimonio architettonico della città.

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Lynette Yiadom-Boakye, Switcher, 2013

Ma le mostre dedicate alla black culture non finiscono qui: fino al 3 febbraio infatti alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo è esposto un gruppo di opere dell’artista britannica di origine ganese Lynette Yadiom–Boakye che attraverso il linguaggio pittorico costruisce i tratti fisici e psicologici di personaggi maschili e femminili neri. Decisamente austeri, quieti o pensosi, essi sono colti in una molteplicità di gesti e di pose, condividendo però un senso di sospensione enigmatica, amplificata dagli scarsi riferimenti contestuali e dagli sfondi appena accennati. Il gioco di sguardi, diretti o distolti, che si instaura tra loro e il pubblico, contribuisce inoltre a dare forma a una dinamica di potere. Così, pur dichiarando di non voler rimarcare in chiave politica il fatto che tutte le sue figure siano nere, con questa esposizione l’artista mette in discussione il canone occidentale, ovvero l’assenza del soggetto nero nella nostra storia culturale e artistica.

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