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La luce entra dai varchi

di Elisa Gianni - Marzo 8, 2021

A poche ore dal lancio della nuova mostra di Other Size Gallery dal titolo “Karim El Maktafi. Fantasia” (cercatela nella sezione “mostre” del nostro sito!), torniamo a parlare del progetto “Ezio Ferreri. Le stanze”, sempre promosso dalla galleria milanese, che si è concluso lo scorso febbraio e che ancora risuona nei cuori dei molti che lo hanno seguito.
Ne scrive per noi Elisa Gianni, assistente di direzione del Festival dei Diritti Umani, co-curatrice del progetto Casa dei Saperi alla Fondazione Adolfo Pini di Milano e giornalista.

 

Il progetto “Ezio Ferreri. Le stanze” di Other Size Gallery, curato da Giusi Affronti, ha avuto il tempismo di chi arriva con un fortunato ritardo. Sarebbe potuto uscire durante il primo lockdown, quello che ci ha colti di sorpresa, ci ha impauriti e ci ha fatto vacillare. Ma non avremmo avuto gli strumenti per godercelo. Io, quantomeno, non avrei avuto gli strumenti per godermelo. Troppa casa, tutta insieme. Arrivando invece tra il 21 dicembre 2020 e il 1° febbraio 2021, con le maglie anche solo leggermente più larghe, ci ha dato modo di abituarci un altro po’ alle nostre mura, farcele diventare davvero familiari e farci apprezzare (rivalutare?) quelle immancabili aperture – porte o finestre – negli scatti di Ezio Ferreri. La luce entra dai varchi.

Ezio Ferreri, Le stanze

Dopo l’accoglienza, l’invito a mettere il video a schermo intero. Ho silenziato il cellulare e mi sono messa scomoda. L’attesa è tensione. E per chi ha vissuto l’epoca precedente all’immediatezza del digitale, l’attesa prende facilmente la forma e l’odore di una lettera. L’attesa e/o la sorpresa.

Quando lo schermo si illumina della stanza n. X di Ezio Ferreri, vorrei che i 15 pollici di questo portatile fossero molti di più. In questo tempo sospeso, cresce l’aspettativa di un “Cara/o …” e mi preparo a farmi la o il destinatario di parole nuove, ad accogliere un’identità sconosciuta e quello che ne può conseguire nell’arco di una lettera, per una decina di minuti.

Infastidita, mi distraggo. Prendo un panno per togliere la polvere dallo schermo e mi avvicino con la faccia per vedere meglio. Provo pure scrostando con l’indice: la macchia resta e la stanza mi diventa familiare.

Ancora prima di conoscere il mio nuovo nome, scopro altre tracce: la muffa in un angolo del soffitto, lo sporco tra le venature del pavimento, l’alone sul vetro, il legno rigato nonostante la cura… Quella casa, è già diventata la mia casa – o meglio, la casa dei miei nonni. Non importa se l’orologio era a pendolo, se il vaso non è mai stato arancione e se al centro del tavolo c’era una zuppiera di porcellana al posto del cesto di vimini. Comunque apro il coperchio con una mano e con l’altra pesco una caramella. (Se la scarto diventa di nuovo un suono di attesa, questa volta a teatro, insieme agli immancabili colpi di tosse: una dichiarazione di predisposizione a farsi attraversare dalla vita che sgorgherà dal palcoscenico…).

Ma si parlava di tracce e spero che quel “Cara/o” mi lasci ancora il tempo di un’ultima divagazione. Tutti questi segni, nonostante l’ambiente domestico, mi fanno tornare in mente la pratica del pistage, “l’antica arte di seguire le tracce degli animali”. Inforestarsi è davvero tanto diverso da quello che sto vivendo? Senz’altro non meno perturbante di ritrovarsi a casa in una casa che non è la tua, a seguire le orme dei fantasmi.

“Ciao, Stefania…”.

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