Galleria d’Arte Tommaso Calabro ©Riccardo Gasparoni
meanwhile

Mecenatismi a confronto | Carlo Cardazzo, Tommaso Calabro e Massimo De Carlo

di Alessia Delisi - Settembre 27, 2018

In una società in cui il mercato condiziona anche la produzione artistica, galleristi, manager e case d’asta si rivelano fondamentali nel determinare il valore delle opere. Due mostre milanesi ne mettono al centro l’operato.

Che ne sarebbe stato di Cézanne, Picasso e della maggior parte dei Fauves senza Ambroise Vollard, mercante d’arte tra i più grandi della sua generazione? E un artista come Robert Rauschenberg sarebbe diventato famoso in Europa se non ci si fosse messa d’impegno Ileana Sonnabend che insieme a Peggy Guggenheim fu una delle art dealer più influenti della seconda metà del XX secolo? Non dimentichiamoci poi di Damien Hirst che nel settembre 2008, all’indomani di quella crisi finanziaria che non avrebbe risparmiato neppure il sistema dell’arte contemporanea, riuscì in meno di 24 ore a vendere all’asta di Sotheby’s a Londra 223 lavori per un totale di 200,7 milioni di dollari.

Se è vero, come ha affermato Jeff Koons, che l’arte non consiste nel fare un quadro, bensì nel venderlo, fondamentale risulta in questo senso l’azione di manager e galleristi formatisi magari presso prestigiose business school e convinti che l’arte possa e debba essere gestita con gli stessi criteri che regolano la produzione e il marketing delle altre merci. Sono loro infatti a costruire le carriere degli artisti, determinando il valore anche economico delle loro opere. Carlo Cardazzo fu uno di questi: fondatore nel 1942 della Galleria del Cavallino a Venezia e qualche anno più tardi della Galleria del Naviglio a Milano, riuscì, grazie alle sue innovative strategie culturali, a restituire al pubblico la molteplicità dei suoi interessi, nonché la straordinaria attualità del suo modo di intendere e promuovere l’arte. Mecenate, editore e collezionista intraprendente, il suo amore per le avanguardie e i nuovi percorsi dell’arte postbellica lo avvicina a Peggy Guggenheim che proprio grazie al gallerista veneziano scopre artisti come Tancredi Parmeggiani, Giuseppe Santomaso e Vinicio Vianello.

Tancredi Parmeggiani, Senza titolo, 1957, tecnica mista su tela, 89.5 x 119.8 cm

A questa vulcanica figura è dedicata la mostra con cui Tommaso Calabro – classe 1990, studi alla Bocconi, al Courtauld Institute of Art e al King’s College di Londra e una carriera iniziata presso la Sotheby’s di Milano e proseguita con la direzione della galleria londinese Nahmad Projects – inaugura la sua galleria milanese, uno spazio di 360 m2 diviso in tre ambienti nell’assai patrizia piazza San Sepolcro. Qui, tra pavimenti in legno intarsiato, marmi, affreschi e decorazioni a stucco, si consuma l’omaggio a Cardazzo attraverso due artisti segnici e gestuali da lui particolarmente amati: Tancredi Parmeggiani (1927 – 1964) e Cy Twombly (1928 – 2011), conosciuti rispettivamente all’inizio e alla fine degli anni Cinquanta. In questo modo la scelta di Calabro di esporre dieci lavori di Tancredi, con cui condivide la città natale di Feltre, e sei di Cy Twombly appare strategica nella misura in cui è rafforzata dal coinvolgimento, seppure indiretto, dello storico mecenate che, da giovane gallerista, Calabro dichiara di essersi posto come modello.

Ma gli omaggi non finiscono qui, perlomeno nel capoluogo lombardo.

Unico e ripetibile. Arte e industria nelle collezioni di Massimo De Carlo ©La Triennale di Milano, foto G. Di Ioia

A Massimo De Carlo, che da oltre trent’anni promuove l’arte italiana all’estero e quella internazionale in Italia, è infatti dedicata la mostra Unico e ripetibile. Arte e industria nelle collezioni di Massimo De Carlo alla Triennale di Milano sotto la direzione artistica di Edoardo Bonaspetti. Il rapporto tra opera d’arte e manufatto seriale è al centro di questa esposizione che attraverso tre nuclei di oggetti e lavori raccolti da De Carlo in tutto il mondo – le ceramiche nate con il movimento Bauhaus sotto la prima Repubblica di Weimar, i ricami di lettere di Alighiero Boetti e i manifesti realizzati dagli anni Sessanta agli anni Novanta dal grafico, designer ed educatore italiano AG Fronzoni – testimonia la capacità del gallerista di superare confini non solo geografici, ma anche professionali e culturali. Così, se qualche anno fa il designer Martino Gamper si domandava perché si dovesse venerare un oggetto prodotto industrialmente quando ne esistono ancora centinaia di copie, questa esposizione è la prova di come serialità possa talvolta far rima con qualità.

Unico e ripetibile. Arte e industria nelle collezioni di Massimo De Carlo ©La Triennale di Milano, foto G. Di Ioia

Ti potrebbe interessare anche