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La femminilità come medium

di Giusi Affronti - Febbraio 7, 2019

Senza inciampare in una tesi da féminisme pour le féminisme, la Storia insegna che il corpo costituisce per un’artista un medium potente, un linguaggio autentico di ricerca nella cultura visiva contemporanea. Con il proprio corpo l’artista donna è capace di rappresentare il mondo, investigando questioni di genere e di geopolitica, di carne e di spirito. Giocando con i cliché tradizionalmente legati alla femminilità o contestandoli, l’arte al femminile induce a un voyeurismo che lascia lo spettatore con l’amaro in bocca.

NoNoseKnows (video still), 2015. Video e installazione scultorea. Courtesy Mika Rottenberg e Hauser & Wirth.

Mika Rottenberg, artista cosmopolita – nata a Buenos Aires e cresciuta in Israele, oggi vive a New York – è protagonista della mostra in corso al MAMbo. Museo d’Arte Moderna di Bologna, a cura di Lorenzo Balbi, la prima presso un’istituzione in Italia. Attraverso una selezione delle sue più recenti produzioni – oggetti scultorei e video – articola all’interno della Sala delle Ciminiere una narrazione ironica e grottesca, da sentimento del contrario. La sua ricerca indaga le idee di genere, classe e lavoro per mezzo di installazioni che inscenano complesse allegorie sul sistema capitalistico globale e sui processi di produzione massiva delle merci. L’artista intreccia geografie dell’assurdo e sceneggiature in technicolor combinando dati documentari a non-sense surreali. Si sbircia nell’alito fumoso di una bocca in silicone a grandezza naturale (Smoky Lips. Study #4, 2018), ci si imbatte in una coda di donna che si dimena imprigionata all’interno del cartongesso del museo (Ponytail. Orange, 2018), salta all’occhio il naso sbilenco di una maîtresse pacchiana e sudata (NoNoseKnows, 2015).  Con un approccio fondamentalmente scultoreo, Mika Rottenberg rappresenta il corpo – delle donne, soprattutto – nelle sue fragilità e nelle sue fattezze più sconvolte per significare la disperazione di una (dis)umanità ostaggio di una società che fagocita, deforma e non lascia vie di fuga.

Silvia Argiolas. Lei, 2018. Tecnica mista su manichino, Installation View, "The secret room" @ Villa Contemporanea, Monza. Courtesy Villa Contemporanea, Monza.

“The secret room” è il titolo dell’ultimo progetto personale site-specific di Silvia Argiolas, in mostra alla Villa Contemporanea di Monza. L’artista sarda recupera il disegno, la pittura, il video e l’installazione per ricreare uno spazio circoscritto da una parete in cartongesso, privato e intimo, entro cui muoversi in punta di piedi. Un vero e proprio boudoir in cui gli stimoli visivi accendono l’immaginazione e le fantasie dello spettatore-voyeur che per accedere deve attraversare una tenda. L’artista esaspera sensualità ed erotismo senza alcun giudizio morale e accelera sul sarcasmo fino a far deflagrare le perversioni dell’uomo contemporaneo nella silhouette grottesca di un manichino sartoriale. In bilico tra quotidianità e dionisiaco, le donne di Silvia Argiolas sono dipinte con colori “selvaggi” e difendono una femminilità libera e autentica.

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