Appartamento Novecento. Foto di Riccardo Gasperoni
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Il Giardino Giusti apre le porte alla videoarte

di Alessia Delisi - Ottobre 25, 2019

Con la mostra To be played – Video, immagine in movimento e videoinstallazione nella “generazione ottanta”, visitabile fino al 22 novembre, il Giardino Giusti di Verona si fa promotore dell’arte contemporanea. E per l’occasione rivela le sette sale dell’Appartamento Novecento, tra originali decori e scenografie floreali dal sapore tropicale.

Convertendo un originario insediamento produttivo in un palazzo di rappresentanza completo di giardino con bossi, cipressi, fontane e grotte, nasce nel corso del XV secolo a Verona quello che è oggi considerato uno dei parchi più belli della Penisola, ovvero il Giardino Gusti, dimora dell’omonima famiglia fino al 1944. Con la mostra To be played – Video, immagine in movimento e videoinstallazione nella “generazione ottanta”, visitabile fino al 22 novembre, questo straordinario giardino all’italiana anima ora la scena culturale veronese, facendosi promotore dell’arte contemporanea. Non solo, per l’occasione riapre infatti anche l’Appartamento Novecento collocato al suo interno: sette sale frutto di lavori che si sono susseguiti dal tardo Cinquecento alla metà del Novecento restaurate nel 1954 da Alberto e Mary Farina, i quali lo presero in affitto dai Giusti, abitandovi fino al 1984.

Helen Dowling, Something for the Ivory

Protagonista dell’esposizione è quindi da un lato la videoarte – nata nel corso degli anni Sessanta come documentazione di pratiche performative e divenuta nel decennio successivo linguaggio artistico autonomo – e dall’altro un appartamento che, all’ombra degli affreschi dell’architetto veronese Paolo Farinati (1524–1606), vede le scenografie floreali di Flò Bologna (realizzate con piante importate dall’America agli inizi del secolo scorso) enfatizzarne l’arredamento e le particolarità architettoniche. Curata da Jessica Bianchera e Marta Ferretti, l’esposizione presenta nello specifico le recenti produzioni di Helen Dowling, Nina Fiocco, Anna Franceschini, Adelita Husni–Bey, Invernomuto, Michal Martychowiec, Elena Mazzi, Jacopo Mazzonelli, Giulio Squillacciotti e Luca Trevisani, artisti nati negli anni Ottanta che operano al confine tra il documentario, il cinema, la finzione e la sperimentazione sull’immagine in movimento.

Invernomuto, Wax, Relax

Così, se un’opera come Empire (2017) del polacco Michal Martychowiec cita lo storico film di Andy Warhol in un dialogo serrato con la storia dell’arte, Scala C, Interno 8 (2017) di Giulio Squillacciotti è quasi un’indagine antropologica condotta con uno sguardo registico. Accostabile a queste riflessioni, ma con un approccio differente, è invece Agency giochi di potere (2014) di Adelita Husni–Bey, videoinstallazione attuata al Museo MAXXI di Roma con un gruppo di studenti del Liceo Manara. La contaminazione dei linguaggi, artistico e musicale, è poi al centro di Dido’s lament (2017) di Jacopo Mazzonelli, mentre Le Domestique (2015) di Nina Fiocco combina il dentro e il fuori dell’immagine filmica. L’utilizzo dei mezzi tecnici come strumenti che concorrono alla definizione del lavoro caratterizza infine Something for the Ivory (2019) di Helen Dowling, ma anche Wax, Relax (2011) di Invernomuto e Pirolisi solare (2017) di Elena Mazzi, dove un’installazione di specchi introduce il tema della ricerca scientifica sulle fonti di energia rinnovabile.