The Magnetic Fields. Installation view, ph. Filippo Armellin_Courtesy the artists, Gió Marconi, Milano
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I campi magnetici di Giò Marconi

di Alessia Delisi - Maggio 10, 2019

Fino al 19 giugno la mostra I campi magnetici trasforma gli spazi della Giò Marconi di Milano in un boudoir dove opere storiche e nuove scoperte si alternano nella rappresentazione di un corpo parziale, frammentato e spezzettato che molto deve agli esperimenti di scrittura automatica condotti dai surrealisti.

Nel 1919 André Breton e Paul Soupault conducono uno dei primi esperimenti di scrittura automatica: per una decina di giorni e notti insonni scrivono – talvolta alternandosi, talvolta insieme – un flusso ininterrotto di testi in cui si abbandonano alle associazioni mentali più fortuite e libere dal controllo della ragione. Nasce così Les Champs magnétiques, opera che verrà pubblicata l’anno successivo e il cui titolo – ambiguo, di sapore scientifico – richiama l’immagine di due forze che nella scrittura si attraggono e si respingono, ovvero il sogno (o l’allucinazione) e lo stato di veglia, ma anche quella dei due scriventi e del rapporto dinamico che si instaura tra il testo e il suo lettore.

The Magnetic Fields. Installation view, ph. Filippo Armellin_Courtesy the artists, Gió Marconi, Milano

A distanza di cento anni, la Giò Marconi di Milano si avvale della collaborazione di Cecilia Alemani – curatrice, tra le altre cose, del Padiglione Italia della scorsa Biennale d’Arte di Venezia – per proporre, fino al 19 luglio I campi magnetici, mostra che, prendendo spunto da questa fondamentale esperienza di automatismo verbale, mette in dialogo diverse generazioni di artisti – da Man Ray a Louise Nevelson, da Richard Hamilton a Enrico Bay fino a Summer Wheat, Genesis Belanger, Kerstin Braetsch, Emily Mae Smith, Elaine Cameron-Weir e altri giovani nomi impegnati in una forma di neosurrealismo – per i quali la rappresentazione del corpo, e di quello femminile in particolare, è il veicolo privilegiato per riflettere sull’identità e il desiderio.

The Magnetic Fields. Installation view, ph. Filippo Armellin_Courtesy the artists, Gió Marconi, Milano

Trasformati in un boudoir, gli spazi della galleria alternano allora immagini di corpi parziali, frammentati e spezzettati, in uno “psicodramma da camera”, come lo definisce la curatrice, dove soltanto alcune parti sono significanti. Il corpo erotico, per dirla con Sade, non è mai tutto intero, ma è nel feticismo, in quella pratica cioè che isola un particolare dell’essere umano – una bocca, una mano, un piede, una gamba, una capigliatura – che vanno ricercate le tracce del desiderio. Il merito della rivoluzione surrealista che si è abbattuta sui nostri giorni è questo, sembra dire la mostra: l’avere esplorato per la prima volta un’idea di corpo e sessualità non più naturale, bensì “fabbricata”, intessuta di fantasmi e rappresentazioni fantastiche.