Avish Khebrehzadeh. I Sing with My Tongue Silent. Installation view
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Dipinti di blu

di Alessia Delisi - Novembre 22, 2018

Favorisce la calma e l’introspezione ed è spesso associato a stati d’animo di malinconia e tristezza profonda: parliamo del blu, colore tra i più amati della modernità occidentale, protagonista di due mostre milanesi.

Nel suo Blu. Storia di un colore lo storico francese Michel Pastoureau descrive l’ascesa di una tinta che nel corso del tempo ha goduto di alterne fortune, prima di diventare la più amata dell’Occidente, simbolo di purezza, ma anche di calma e introspezione. A partire dal 1100 viene utilizzata per raffigurare il manto della Madonna e tra il 1220 e il 1250 fa il suo ingresso a corte, quando di questo colore cominciano a vestirsi re e regine che, oltre all’abito, di blu si diceva avessero anche il sangue, per via del loro pallore contrario all’abbronzatura, associata invece a chi lavorava la terra. A renderlo un colore alla moda, non più esclusivo appannaggio di un’élite, sarà il Romanticismo e il successo che accompagna I dolori del giovane Werther: il suo frac turchino, unitamente al vistoso gilet giallo, divenne per almeno un decennio l’abito più richiesto dai giovani di tutta Europa, che ne fecero una specie di uniforme sentimentale. Cianotiche e sofferenti sono poi le tele del periodo blu di Picasso che, tra il 1901 e il 1904, di questo colore comincia a tingere la tragicità della condizione umana. Non a caso “feeling blue” è ancora oggi un’espressione che rinvia alla malinconia e alla depressione.

Jan Fabre, Tivoli

Dipinti di blu sono pure i disegni di Jan Fabre, in mostra fino al 22 dicembre alla galleria Building di Milano. Curata da Melania Rossi, l’esposizione raccoglie una selezione di lavori realizzati dalla fine degli anni Ottanta e incentrati sul tema dei castelli in quell’ora particolare che si colloca tra il giorno e la notte, la veglia e il sonno, la vita e la morte. È questa l’ora blu, un momento di totale silenzio e perfetta simmetria che ha ispirato Tivoli, una serie di fogli disegnati a inchiostro Bic blu con cui nel 1990 l’artista ha ricoperto il Castello di Tivoli, a Mechelen, in Belgio, realizzando poi un film, presente in galleria, che documenta l’evoluzione cromatica dell’intero intervento. Lontano dall’essere preparazione all’opera pittorica o bozzetto per quella scultorea, il disegno è per Fabre un’opera immersiva: «Voglio che i miei spettatori siano in grado di abbandonarsi all’esperienza fisica dell’annegamento nel mare apparentemente calmo dei miei disegni con la Bic blu», scrive non a caso l’artista nel 1988. Esso diviene spazio quando entra in risonanza con la Cappella Portinari o quando, come grande telo in seta, fa la sua apparizione nella Basilica di Sant’Eustorgio. Ci ricorda che quella di Fabre è una vocazione romantica, lui che si definisce “cavaliere della disperazione e guerriero della bellezza”.

Avish Khebrehzadeh. I Sing with My Tongue Silent. Installation view

Ambientate in un paesaggio notturno sono infine le tele dell’iraniana Avish Khebrehzadeh (vincitrice di un Leone d’oro alla Biennale del 2003), in mostra fino al 2 febbraio alla M77 con I Sing with My Tongue Silent. Una grande opera murale, realizzata appositamente per la galleria milanese e raffigurante un’intricata foresta di rami blu, proietta infatti il visitatore in una dimensione fiabesca. Su questo magnifico sfondo si stagliano una trentina di opere, tra oli su tela, disegni e video–installazioni, dove Oriente e Occidente si mescolano – l’artista è nata a Theran nel 1969, ma, dopo aver studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma, si è trasferita negli Stati Uniti, dove tutt’oggi vive e lavora – per creare mondi popolati da figure fragili e solitarie. Curata da Danilo Eccher, l’esposizione mostra come il disegno possa talvolta superare i confini del foglio di carta, immergendo il visitatore nel blu di una notte infinita.

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