Daniel Steegmann Mangrané, A Transparent Leaf Instead Of The Mouth, 2016-17
meanwhile

Daniel Steegmann Mangrané tra natura e cultura | Hangar Bicocca

di Alessia Delisi - Settembre 12, 2019

Al Pirelli HangarBicocca di Milano la mostra di Daniel Steegmann Mangrané esplora la complessità ecologica della foresta pluviale e, combinando elementi naturali e dispositivi tecnologici, ci interroga sul futuro dell’umanità.

Può l’immaginario artistico generare una rappresentazione critica della società, trasformandosi ad esempio in indignazione per il disboscamento della foresta amazzonica, la trasformazione in deserto di intere aree geografiche e i misfatti dell’inquinamento? Sì, sembra dire Daniel Steegmann Mangrané con la mostra A Leaf–Shaped Animal Draws The Hand al Pirelli HangarBicocca di Milano dal 12 settembre al 19 gennaio 2020. A patto chiaramente che questa rappresentazione non si limiti a usare la natura come mero strumento per dimostrare quanto insopportabile sia la società attuale, ma la integri in un’arte che è tutt’uno con la vita. «Non penso alla natura come qualcosa di esterno a noi», ha infatti dichiarato l’artista nato a Barcellona, ma residente a Rio de Janeiro: «credo che siamo stati troppo influenzati da questa idea moderna di separazione tra uomo e natura, tra cultura e natura, tra soggetto e oggetto, tra mente e corpo. Queste divisioni ontologiche tradizionali sono per me troppo rigide e troppo gerarchiche, con la razionalità messa sempre a un livello superiore. Ma con eventi come il cambiamento climatico queste divisioni stanno perdendo senso».

Daniel Steegmann Mangrané, A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand, veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2019

Protagonista della mostra, che vede la curatela di Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli, è quindi la complessità ecologica, soprattutto quella della foresta pluviale brasiliana, che il visitatore è in grado di esperire attraverso una combinazione di elementi naturali e dispositivi tecnologici. Oltre venti opere realizzate dal 1998 a oggi restituiscono la ricchezza di indagine dell’artista, capace di spaziare attraverso una grande varietà di media – dal disegno all’installazione, dalla fotografia al video fino all’olografia e alla realtà virtuale – offrendo un confronto intimo con la rappresentazione della natura e delle sue componenti vegetali e animali. In particolare, l’allestimento di una sorta di giardino tropicale all’interno del museo manipola l’identità stessa dello spazio che in questo modo assume tratti naturalizzati. Al tempo stesso però il giardino si offre come natura culturalizzata, generando una dialettica di significati che permette al viaggiatore di appropriarsi dei tratti identitari della foresta, rafforzando il proprio rapporto con essa.

Daniel Steegmann Mangrané, Lichtzwang, 1998-ongoing

La trasformazione dello spazio è poi confermata da Phantom Architecture (2019), installazione site–specific realizzata con partizioni di tessuto bianco trasparente che, simili a membrane fluttuanti, dividono lo spazio in aree diverse, permettendo al contempo un’immediata visione d’insieme della mostra. «Cerco sempre di raggiungere il momento in cui lo spettatore non sta osservando l’opera d’arte, ma la sua stessa esperienza», ha infatti spiegato l’artista che, con Orange Oranges (2001), ma soprattutto con Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts is my name) (2015), replica in bianco e nero della foresta pluviale, crea un paradosso tra la presenza corporea del visitatore e la sua dissoluzione nello spazio. Così, allo stesso modo in cui l’aspetto spettrale della foresta induce l’osservatore a interrogarsi sulla propria stabilità, l’opera di Mangrané chiede conto del potere trasformativo dell’arte, ponendo in essere la sua capacità di connettere l’uomo alla natura.