A Visual Protest. The Art of Banksy. Installation view
meanwhile

Banksy | Dalla strada al museo

di Alessia Delisi - Dicembre 6, 2018

Da arte sovversiva a fenomeno mainstream: è la parabola della Street Art, sempre più spesso ospite di istituzioni museali, a partire dal MUDEC di Milano con la mostra dedicata a Banksy.

Ironia della sorte: a un follower che su Instagram esorta Banksy a rendere noto con un comunicato stampa che le numerose mostre a pagamento a lui dedicate non sono autorizzate, l’artista risponde di essere la persona meno indicata a protestare contro chi mette in giro immagini senza permesso. Lo street artist, la cui fama è paradossalmente legata alla sua invisibilità, si trova così con le spalle al muro, mentre nel frattempo cresce vertiginosamente il numero di musei e gallerie che, a sua insaputa, sceglie di incorniciare e relegare entro le mura dei propri spazi espositivi ciò che è invece destinato alla dimensione pubblica della strada. Non fa eccezione il MUDEC di Milano con A Visual Protest. The Art of Banksy, la mostra curata da Gianni Mercurio che pure mette le mani avanti, dichiarandosi “non ufficiale e non autorizzata”. Il visitatore si trova quindi di fronte a un’esposizione accademica e disobbediente al tempo stesso che, con quasi duecento opere tra dipinti, stampe, fotografie, video, copertine di dischi e memorabilia di vario tipo, cerca di forzare l’universo di un artista i cui messaggi sono entrati nell’immaginario collettivo globale. Il tentativo del percorso sembra infatti quello di “addomesticare” un’attività a suo modo sovversiva, inquadrandola nella storia dell’arte contemporanea.

L'uomo che rubò Banksy

Protagonista anche di un film di Marco Proserpio intitolato L’uomo che rubò Banksy e narrato da Iggy Pop (al cinema solo l’11 e il 12 dicembre), Banksy non è l’unico artista corteggiato dalle istituzioni museali: sempre più spesso infatti queste ultime dedicano mostre a esponenti della Street Art. A volte la pratica scatena le loro ire (vi ricordate di Blu che in una notte ha cancellato tutti i suoi murales dalla città di Bologna per protestare contro la privatizzazione dell’arte urbana?), altre volte invece sono gli stessi artisti a collaborare alla loro realizzazione. Lo scorso anno per esempio il Macro di Roma organizzò Cross the Streets, un’esposizione che si proponeva di indagare il rapporto che lega il writing alla capitale, riflettendo al contempo sull’evoluzione di una controcultura giovanile che è diventata quasi un fenomeno mainstrem, con writer che si reinventano artisti, firmano progetti site specific e dalla strada si spostano alla galleria e di qui al design, alla moda, alla fotografia e chi più ne ha più ne metta.

Each Other / THoO, ph. Robert Shami

Del resto, anche Basquiat, prima della mostra New York/New Wave che nel 1981 ne consacrò il successo, si guadagnava da vivere vendendo t-shirt e altri gadget da lui dipinti, mentre tra il 1982 il 1990 Haring impresse il proprio marchio stilistico su automobili e motociclette. L’esempio è prolifico se si pensa che solo qualche anno fa la galleria newyorkese Joseph Carini Carpets realizzò, in collaborazione con un gruppo di street artist di fama mondiale – tra cui Ben Eine, DAIN e RAE – una collezione di tappeti poi confluiti nella mostra Back Against the Wall: Graffiti Show e tuttora in vendita. Più recentemente è invece a KayOne, pionere del writing milanese, che si è affidato il brand THoO per la creazione di una fragranza, Each Other, che si propone di evocare crew, tag, graffiti e tessuto urbano meneghino. A dimostrazione di come la Street Art affondi sì le sue radici nell’estetica della bomboletta, ma sia anche alla ricerca di nuove forme di comunicazione diffusa.

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