Vincenzo Agnetti, Autotelefonata (No), 1972, ph. M. Elia e M. Borzone
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Agnetti, Castellani e Manzoni alla galleria Building

di Alessia Delisi - Novembre 7, 2019

Fino al 18 gennaio negli spazi della galleria Building e in alcuni ambienti dei Chiostri di Sant’Eustorgio di Milano va in scena il sodalizio culturale tra Vincenzo Agnetti, Enrico Castellani e Piero Manzoni. Una sperimentazione artistica che supera la definizione di pratica concettuale per diventare performance.

Il sodalizio culturale tra Vincenzo Agnetti, Enrico Castellani e Piero Manzoni è al centro di Vincenzo Agnetti – Autoritratti Ritratti, Scrivere – Enrico Castellani Piero Manzoni, mostra a cura di Giovanni Iovane ospitata fino al 18 gennaio negli spazi della galleria milanese Building e in alcuni ambienti dei Chiostri di Sant’Eustorgio (dove sono presenti alcune tra le opere più mistiche, come Ritratto di Dio e Apocalisse, entrambe del 1970). Articolata nelle due sezioni Autoritratti Ritratti e Scrivere, l’esposizione non comprende soltanto i feltri di Agnetti – esposti per la prima volta nel febbraio 1971 alla Galleria Blu di Milano a inaugurare un filone destinato a diventare estremamente prolifico – ma anche lavori come Identikit (1973), Autotelefonata (No) (1972) ed Elisabetta d’Inghilterra (1976), dove l’artista sperimenta in maniera originale il genere del ritratto. È però soprattutto il celebre autoritratto Quando mi vidi non c’ero (1971) a rappresentare simbolicamente il percorso artistico e biografico di Agnetti.

Installation view della mostra Vincenzo Agnetti - Autoritratti Ritratti, Scrivere - Enrico Castellani Piero Manzoni, ph. Roberto Marossi

L’opera traspone sul piano visivo l’atto negativo del ritrarre – dal latino retrahĕre, tirare indietro – che figura all’interno della pratica dell’artista tanto linguisticamente quanto come azione performativa, giocando così un ruolo fondamentale per il suo significato di sottrazione e successivamente recupero. Evidente è il discorso sul tempo e sul rapporto tra questo e il ritratto: parafrasando uno degli Assiomi più conosciuti di Agnetti – quello per cui il volto è la deposizione del tempo – si potrebbe dire che il ritratto coincide con la ricerca di un tempo medio dell’esistenza già depositata, mentre l’Identikit è ricerca di un futuro possibile. A fianco però c’è anche la trasformazione del discorso critico in opera d’arte.

Installation view della mostra Vincenzo Agnetti – Autoritratti Ritratti, Scrivere – Enrico Castellani Piero Manzoni, ph. Roberto Marossi

Il lavoro di Agnetti si configura come un’operazione concettuale che affonda le sue radici in un universo poetico e filosofico condiviso, dalla fine degli anni Cinquanta, con alcuni amici tra cui Enrico Castellani e Piero Manzoni. A partire da Litografia originale (1968), in cui da un lato (recto) c’è l’opera di Castellani e dall’altro (verso) un testo con diagramma di Agnetti, la mostra presenta, nella sezione intitolata Scrivere, un gruppo di opere di Castellani e Manzoni legate alla ricerca di Agnetti. Così, ad esempio, di Manzoni troviamo le tavole di accertamento e le linee, oltre a una serie di lavori legati al tema del ritratto, fra cui Base magica (1961), modello di scultura vivente dal chiaro carattere performativo. Proprio questa sperimentazione artistica, dove la scrittura e l’opera assumono un valore che supera la restrittiva definizione di pratica concettuale per diventare performance, definisce l’ampia sezione documentaria che chiude la mostra inserendo, come corollario, le performances di Italo Zuffi, create dall’artista per attivare una riflessione contemporanea sui concetti di ritratto e traduzione.